Lapide commemorativa di Burgundio, Chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno, Pisa. Foto: Alberto Martini, CFS Università di Pisa

Burgundio da Pisa 1193–2023

Burgundio da Pisa
1193  >   2023
Viaggiare e tradurre nel Medioevo

Un percorso guidato tra luoghi e testi antichi, per celebrare Burgundio da Pisa (1110-1193) e le sue traduzioni, arricchito da notizie e contenuti multimediali. Un viaggio nel tempo e nello spazio, lungo le molte vie che arricchirono l’Occidente latino medievale, la sua scienza e la sua filosofia, per ripercorrere un passato lontano, eppure ancora presente.

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Introduzione

Pisa e Costantinopoli

Il centro più importante per i traduttori occidentali durante l’Alto medioevo – accanto alla capitale greca Costantinopoli – era la città di Pisa. Questo centro alla foce dell’Arno si era costruito un impero con coraggiose spedizioni contro i Saraceni in Sardegna e nelle Baleari, e i suoi orizzonti si stendevano dal Nord della Sicilia alle isole al largo della Spagna, da Costantinopoli a Gerusalemme. I traduttori di Pisa parteciparono con le loro opere letterarie all’estensione della “antica magnificenza” delle generazioni pisane che progettarono cattedrali, battisteri e torri sul prato verde vicino alla città in una rinnovata forma classica come nuovo punto focale della loro autorità sovrana. Sembra che l’ambizione scientifica dei Pisani sia stata destata dalla scuola di Salerno. (…) Con i tre astri Burgundio, Ugo Eteriano e Leone Tusco l’attività traduttoria pisana si spostò completamente dall’arabo al greco. | Walter Berschin

cosa leggere:

• Walter Berschin, Medioevo greco e latino [Griechisch-lateinisches Mittelalter, Bern 1980], trad. E. Livrea, Napoli 19979, pp. 225–6.

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Burgundio da Pisa: momento di una lunga storia di circolazione del sapere

Il processo della trasmissione delle opere filosofiche e scientifiche greche in traduzione è molto vasto, sia per l’arco di tempo (dal IV al XV sec.) che per la varietà delle opere coinvolte, ed è complesso: sono in gioco varie lingue (latino, siriaco, armeno, arabo, ebraico), testi perduti in alcune lingue e conservati in altre, errori di attribuzione, intenzionali pseudepigrafie, destini di scritti che sono stati fusi o smembrati; le opere tradotte sono state talvolta intese come risposte a problemi ben diversi da quelli per rispondere ai quali erano state concepite. Burgundio da Pisa è parte di questa lunga storia.
Le traduzioni di opere filosofiche e scientifiche in latino – dal greco e dall’arabo – iniziano in Europa prima di Burgundio e continueranno dopo di lui.

The Learning Roads
The Learning Roads
Traduzioni latine di opere filosofiche e scientifiche: secoli IX–XIII

Dopo un periodo in cui le traduzioni sono rare (VII–VIII sec.), si inizia di nuovo a tradurre. Nel IX sec. iniziano le traduzioni dal greco all’arabo e riprendono quelle dal greco al latino. Sempre più spesso – con un culmine tra IX e X sec. nel mondo di lingua araba, tra XII e XIII sec. nel mondo di lingua latina – le traduzioni si presentano come il deliberato recupero di una tradizione lontana, ma di autorità inalterata. Per il mondo latino i legami con Costantinopoli, il contesto trilingue dell’Italia meridionale, la riconquista cristiana di città e territori in Spagna e la presenza dei Domenicani in Grecia resero possibile, nei secoli IX e XII-XIII, la ripresa – dopo l’era di Calcidio e Boezio (IV–VI sec.) – delle traduzioni in latino di opere greche e lo sviluppo di traduzioni dall’arabo.

Traduttori dal greco in latino prima di Burgundio

Le opere di Dionigi, il misterioso personaggio detto “l’Areopagita”, furono tradotte da Ilduino intorno all’832; seguirono le traduzioni di Giovanni Scoto Eriugena (intorno all’860), di Giovanni Saraceno (entro il 1167) e di Roberto Grossatesta (tra il 1239 e il 1243). Al secolo XI risale la prima traduzione latina del De Natura hominis di Nemesio di Emesa. Nella prima metà del XII sec. Enrico Aristippo tradusse il Menone e il Fedone platonici. Traduzioni anonime di opere di Aristotele sono databili alla stessa epoca. A partire dal 1125, Giacomo Veneto (m. ca. 1147) tradusse il De anima, i Parva naturalia, la Metafisica, gli Analitici secondi e la Fisica di Aristotele. A questo ampio movimento di traduzioni dal greco appartiene anche Burgundio da Pisa.

Traduttori dal greco in latino dopo Burgundio

Entro la prima metà del XIII secolo Roberto Grossatesta (m. 1253) tradusse l’Etica Nicomachea di Aristotele assieme ad alcuni commenti, una parte del De caelo con il commento di Simplicio e scritti pseudo-aristotelici. Alla corte di Manfredi, Bartolomeo da Messina tradusse i Magna Moralia, alcuni scritti pseudo-aristotelici e la Metafisica di Teofrasto. Il domenicano Guglielmo di Moerbeke (m. 1286) tradusse opere di Aristotele (Categorie, De interpretatione, De caelo, Meteore, Parva naturalia, Politica, Retorica e Poetica) e corresse traduzioni anteriori. Tradusse altri filosofi – Alessandro di Afrodisia, Temistio, Proclo, Ammonio, Filopono e Simplicio – oltre a opere scientifiche (Archimede, Erone, Galeno), scritti pseudo-aristotelici.

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Il pensiero dei Greci in arabo e in latino

Un elemento di continuità

Ciò che accomuna traduzioni nate in contesti diversi e con finalità disparate è il desiderio dei traduttori di arricchire il patrimonio di conoscenze della loro cultura.

«Io, frate Guglielmo (…), offro ai latini questo lavoro che ho fatto a prezzo di molti sforzi fisici e di grandi fatiche mentali, nella convinzione di avere aggiunto molto, grazie allo sforzo di questa traduzione, alla ricerca scientifica degli studiosi latini». | Guglielmo di Moerbeke

Filosofi e scienziati arabi: le versioni latine

Nei decenni in cui Burgundio e Giacomo Veneto traducono dal greco, iniziano in Spagna le traduzioni dall’arabo. Sono tradotte opere greche da precedenti versioni arabe, ma anche opere dei principali filosofi e scienziati dell’Oriente e dell’Occidente musulmano. La filosofia e la scienza nacquero nel mondo arabo tra VIII e IX sec. ed ebbero un grande sviluppo a partire dall’opera di al-Kindī (m. ca. 860), chiamato il “filosofo degli arabi”.

«È un obbligo di verità non denigrare chi è stato per noi una causa di benefici piccoli e di poco conto: come dobbiamo dunque comportarci verso coloro che sono stati cause maggiori di benefici grandi, veri e importanti? Se anche hanno in parte mancato di cogliere la verità, sono stati comunque i nostri affini e associati, perché ci hanno dato i frutti del loro pensiero, che per noi sono stati vie e strumenti che ci guidano a una maggiore conoscenza di ciò di cui essi stessi non hanno potuto raggiungere la verità. Ciò soprattutto perché è chiaro a noi e ai più eminenti di coloro che hanno praticato la filosofia prima di noi e non parlavano la nostra lingua che nessuno consegue la verità, in ciò che la verità esige, con il solo sforzo della sua ricerca, e neppure tutti insieme la conoscono completamente. Al contrario, ciascuno di essi o non ne ha conseguito niente o solo poco, a paragone di ciò che la verità esige. Ma se si mette insieme quel poco che ciascuno di essi ha trovato della verità, si raggiungerà con ciò qualcosa di grande valore. Perciò la nostra gratitudine verso coloro che hanno conseguito un poco di verità deve essere grande; e tanto più verso coloro che hanno raggiunto una grande parte di verità, dato che questi ci hanno fatto partecipare ai frutti del loro pensiero e ci hanno facilitato la ricerca delle verità nascoste, fornendoci le premesse che spianano le vie della verità». | al-Kindī

Al-Fārābī (m. 950), Ibn Sīnā (Avicenna, m. 1037) e Ibn Rushd (Averroè, m. 1198) sono i più famosi tra i filosofi musulmani. Molte loro opere saranno tradotte in latino nei secoli XII-XIII.

cosa leggere:

• Simplicius, Commentaire sur le Traité du Ciel. Traduction de Guillaume de Moerbeke, ed. F. Bossier, Leuven 2004, p. LI. • Al-Kindī, La Filosofia Prima, ed. Abū Rīda [Cairo 1950–53], vol. I, pp. 97.8-104.10, trad. C. D’Ancona, «al-Kindī e la sua eredità», in Storia della filosofia nell’Islam medievale, vol. I, Torino 2005, pp. 338–9.

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Traduzioni latine dall’arabo

Traduzioni di scritti filosofici arabi

Nel XII secolo vennero tradotti in latino vari scritti di al-Kindī, opere logiche, psicologiche e metafisiche di al-Fārābī – per gli arabi il “maestro secondo” solo ad Aristotele –, il De anima e la Metafisica dal Libro della guarigione (Kitāb al-Shifāʾ) di Avicenna, Le intenzioni dei filosofi (Maqāṣid al-falāsifa) di al-Gazālī (Algazel, m. 1111). Mentre nella parte cristiana della penisola iberica sono attivi i traduttori, nel Sud musulmano Ibn Rushd scrive i suoi commenti alle opere di Aristotele. Nato nel 1126 da un’importante famiglia di giudici di Cordova e giudice egli stesso, è autore di importanti opere di medicina e di diritto, tra cui spicca il breve Trattato decisivo sull’accordo tra la religione e la filosofia. Ibn Rushd commentò anche molte opere di Aristotele, soprattutto il De anima, il De caelo e la Metafisica. Morì nel 1198, a Marrakesh.

Traduzioni di opere scientifiche arabe

Furono tradotti trattati medici tra i quali l’enciclopedia di al-Majūsī (m. 994), il Canone di Avicenna e alcuni trattati di Abū Bakr al-Rāzī (Rhazes, m. 925), trattati di matematica, astronomia e ottica, tra cui parte dell’Algebra (al-Kitāb al-mukhtaṣar fī ḥisāb al-jabr wa-l-muqābala) di al-Khwārizmī (m. ca. 850), trattati di astronomia e astrologia, tra cui le Tavole di al-Khwārizmī e molte opere di al-Fargānī (IX sec.), Abū Maʿshar (Albumasar, m. 886), Thābit ibn Qurra (m. 901), al-Battānī (Albategnius, m. 929), e il Libro dell’astronomia di al-Bitrūjī (Alpetragius, m. ca. 1204).

Traduttori

Negli anni ’40 del XII sec. Roberto di Chester traduce il Corano, l’Algebra di al-Khwārizmī e opere di alchimia. Risalgono a quest’epoca le traduzioni dall’arabo degli Elementi di geometria di Euclide di Adelardo di Bath (m. 1152) e di Gerardo da Cremona (m. 1187). Più o meno negli stessi anni in cui Burgundio lasciava Pisa per Costantinopoli, Gerardo lasciava Cremona per Toledo. Burgundio tornò a Pisa; Gerardo invece si stabilì a Toledo, nuovamente cristiana dal 1086, e vi rimase per sempre. A Toledo, il diacono della cattedrale Domenico Gundisalvi (m. 1190) e il dotto ebreo Abraham Ibn Dawud traducevano assieme Avicenna. Gerardo era alla ricerca di una copia dell’Almagesto, la grande opera astronomica di Tolomeo: sapeva che l’avrebbe trovata negli armaria degli Arabi. L’Almagesto fu tradotto da Gerardo con l’aiuto di un dotto locale, Galippus.

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L’Aristotele medievale

Continuità e trasformazione dell’eredità greca

Le traduzioni di Gerardo da Cremona sono innumerevoli in tutti gli ambiti del sapere scientifico e filosofico: Aristotele predomina, ma non è il solo. Gerardo traduce dei commenti, molte opere scientifiche, e un piccolo testo falsamente attribuito ad Aristotele: il Liber de Causis, compilazione araba degli Elementi di teologia di Proclo, che introdurrà il neoplatonismo arabo nella cultura universitaria del secolo successivo. Dal Nord dell’Europa giungono in Spagna nei secoli XII e XIII molti studiosi, il cui nome è legato alle traduzioni dall’arabo al latino: Roberto di Chester, Michele Scoto, Alfredo di Sareshel, Ermanno di Carinzia, Ermanno Alemanno. Stanno sorgendo le università: l’Aristotele della tradizione logica tardo-antica tradotto da Boezio e il ‘nuovo’ Aristotele delle scienze del cosmo e della natura si fondono, nelle facoltà delle Arti e nelle facoltà di teologia. Le traduzioni dal greco e dall’arabo sono un fattore decisivo del nuovo slancio culturale che caratterizza il XIII secolo. L’astronomo al-Bitrūjī era morto nel 1202 circa, e già il 18 agosto 1217 la traduzione latina del suo trattato Sulla Sfera è conclusa: è opera di Michele Scoto, il grande traduttore dei commenti di Averroè. Averroè era morto, come abbiamo visto, nel 1198; circa trenta anni dopo le sue opere già circolano in latino grazie a Michele Scoto, che ritroviamo in Italia, prima a Bologna e poi alla corte di Federico II. In questo mondo, opere autentiche e spurie interagiscono tra loro e con i commenti in una complessa trama di relazioni reciproche che si possono indagare come parti di un unico sapere, di cui Aristotele è considerato il maestro. Ancora una volta, come era già accaduto prima in molti altri contesti – tra i dotti pagani o cristiani di lingua greca o siriaca a partire dall’età tardoantica – tra i dotti cristiani, musulmani o ebrei nel Medioevo, un filosofo greco ha il posto d’onore: Aristotele. La sua preminenza dipende, nella visione di questi dotti, dal fatto che egli ha scoperto la scienza dimostrativa. Verso la metà del XII secolo, la fama di Aristotele si afferma al punto da renderlo “il Filosofo” per eccellenza. La conferma di ciò proviene, secondo uno degli intellettuali di maggior spicco della scuola di Chartres, Giovanni di Salisbury (m. 1180), proprio dal suo contemporaneo Burgundio.

«La scienza della dimostrazione era talmente stimata dai Peripatetici che Aristotele, il quale superava quasi tutti e quasi in tutto gli altri, si è guadagnato il diritto al nome comune di “filosofo”, in un certo senso come sua prerogativa speciale, proprio perché ci ha dato questa branca del sapere, cioè la dimostrazione. È per questo, infatti, che Aristotele è stato chiamato “il Filosofo”. Se qualcuno non mi crede, ascolti almeno Burgundio da Pisa, che è la mia fonte per questa affermazione». | Giovanni di Salisbury (Metalogicon, IV 7, ed. J.B. Hall, Turnhout 1991, p. 145.1-8).

Aristotle
Aristotle

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Burgundio: Pisa 1110 – 30 ottobre 1193 o 1194 anno pisano

1110 Burgundio nasce a Pisa. Non si hanno notizie precise sulla sua formazione: si pensa che abbia studiato le discipline del Trivio e del Quadrivio e che poi si sia dedicato allo studio del diritto e della lingua greca, o a Pisa (Buonamici) o a Costantinopoli (Berschin) grazie ai viaggi compiuti come membro di numerose ambascerie, nel corso delle quali soggiornò anche a Messina, Napoli, Gaeta. A Pisa ricoprì cariche pubbliche, come testimoniato da fonti documentarie del 1146, 1152, 1155, 1159, 1160, 1173, 1181, nelle quali è detto advocatus, iudex pisanae reipublicae, iudex lateranensis palatii, magister.

Burgundione
Burgundione

1136 Burgundio si trova a Costantinopoli. Il vescovo Anselmo di Havelberg (m. 1158) narra che era presente, insieme con Giacomo Veneto e Mosè da Bergamo (m. ca. 1157), alla disputa teologica sostenuta dallo stesso Anselmo con Niceta, patriarca di Nicomedia. Anselmo sollevò alcuni tra i problemi più controversi tra Greci e Latini, come la dottrina della Trinità.

«Non furono pochi i Latini che vi presero parte, tra cui tre saggi che conoscevano le due lingue e avevano un’educazione letteraria; uno di nome Giacomo, veneziano, uno di nome Burgundione, pisano, e il terzo e il più straordinario, Mosè, un italiano di Bergamo, assai famoso presso le genti per la sua educazione letteraria greca e latina; questo fu scelto da tutti come traduttore fedele per entrambe le parti. (…) La traduzione deve seguire una via di mezzo, deve afferrare per entrambe le parti un discorso coerente, nel senso pieno e completo delle parole; grazie a questo modo di parlare e di tradurre appariremo non osservatori di parole, bensì ricercatori di frasi». | Anselmo di Havelberg (Dialoghi, II 1, Migne, PL 188, coll. 1163-1164, citato in Berschin, Medioevo greco e latino, trad. E. Livrea, p. 279).

1148 Burgundio inizia, su richiesta di Eugenio III (Bernardo da Pisa, papa dal 1145 al 1153), la traduzione del De fide orthodoxa di Giovanni Damasceno (m. ca. 750), la prima sistematizzazione della teologia patristica di tradizione greca, che ha costituito per molti secoli in Oriente la sintesi più letta di teologia dogmatica.

1151 Traduce per Eugenio III le novanta Omelie sul Vangelo di Matteo di Giovanni Crisostomo (m. 407), uno tra i più grandi Padri della Chiesa greca.

«Dato che esistevano due versioni del commento di Giovanni Crisostomo al Vangelo di S. Matteo, e che tutte e due … non erano complete, Papa Eugenio III … si preoccupò di portare il detto commento a una conclusione definitiva. Ma dato che non si riusciva a completare questo lavoro da questa parte del mare, si rivolse alle terre di là dal mare. E così scrisse al Patriarca di Antiochia di trovare qualche traduttore che finisse quello che mancava in questi commenti. Ma egli non riuscì a soddisfare questa richiesta, a causa della pigrizia o dell’ignoranza del traduttore, e mandò al Papa il commento dello stesso Santo Giovanni in greco. Quando il Vescovo [di Roma] lo ricevette, lo affidò a me, il suo iudex, Burgundione il Pisano, così che con la mia traduzione completassi l’opera. Quando egli si rese conto che la mia versione differiva sotto tutti gli aspetti dalle due traduzioni sopra citate, mi ordinò di pubblicare questa terza edizione. E dato che pensavo che questo lavoro fosse ben al di là delle mie capacità – non solo per l’enorme lunghezza del volume, ma anche per il livello del suo stile e per la profondità del suo pensiero – all’inizio esitai ad accingermi al lavoro e pensai di trovarmi con le spalle al muro, ma infine, confidando nel merito della sua richiesta e sostenuto dalla sua promessa di rivedere criticamente il lavoro, mi misi all’opera per obbedire ai suoi ordini al meglio delle mie capacità. E più rapidamente di quanto mi aspettassi, nello spazio di sette mesi, ho tradotto fedelmente quest’opera dal greco in latino. In questo lavoro pensai che non fosse appropriato alterare l’ordine delle parole di una tale personalità; ho quindi tradotto parola per parola e mantenuto non solo il senso, ma anche l’ordine delle parole per quanto ho potuto senza cambiarlo [verbum de verbo reddidi, non sensum solum, sed et ordinem verborum, in quantum potui, sine alteritate conservans], così che potesse essere creduto senza discussione, per la grazia del suo pensiero tanto quanto per la speciale qualità della scelta delle parole, che questa è un’opera del santo Giovanni, e così che questa terza edizione potesse essere preferita alle altre nel giudizio dello studioso lettore, dato che presenta la traduzione della vera fede in forma più completa. … Il libro di questo genere che è stato completato dalla nostra partecipazione, offro alla vostra maestà, santissimo padre, affinché calibrato dalle correzioni di vostra eminenza ed elevato dalla vostra autorità, allarghi le ali e risplenda su tutta la terra». | Burgundio da Pisa

ca. 1160 Burgundio invia all’Imperatore Federico I Hohenstaufen la traduzione latina del De natura hominis di Nemesio di Emesa, allora ritenuto opera di Gregorio di Nissa (m. ca. 395).

«Sua Altezza, l’Imperatore, dato che parlando con Voi ho notato che Sua Maestà vuole capire la natura delle cose e conoscere le loro cause, mi sono prefisso di tradurre per vostro nome dal greco al latino questo libro, del santo vescovo Gregorio di Nissa, fratello di S. Basilio. Tratta in maniera filosofica della natura dell’uomo, del corpo e dell’anima, della loro unione, della facoltà immaginativa, della facoltà razionale, della memoria e dell’irrazionale … Io sento che voi vi esercitate in questo argomento e perciò voglio tradurre per voi argomenti più elevati: il corpo del cielo, la sua forma e il suo movimento, e tutti i movimenti naturali che sono dal cielo verso il basso, e della Via Lattea, delle comete, dei venti, dei lampi, dei tuoni, degli arcobaleni, delle piogge, della grandine, del gelo, come mai il mare sia salato e non cresca di livello malgrado l’acqua apportata dai fiumi, e sulle cause dei terremoti. Se tutto questo potesse essere portato alla luce della lingua latina, per vostro ordine e nel vostro tempo, sua Maestà acquisterebbe infinita fama e gloria eterna, oltre a generare per il vostro Stato un grandissimo vantaggio» Burgundio da Pisa

1169–1171 Burgundio guida l’ambasceria a Ragusa e a Costantinopoli volta a ottenere dall’Imperatore d’Oriente vantaggi commerciali per i mercanti pisani e a rinnovare gli antichi trattati di amicizia. Parla di questa ambasceria nella prefazione alla traduzione delle Omelie sul Vangelo di Giovanni di Giovanni Crisostomo.

1171–1173 Burgundio traduce in latino le ottantotto Omelie sul Vangelo di Giovanni di Giovanni Crisostomo, dopo la morte di uno dei suoi figli, a Costantinopoli.

«Quand’ero a Costantinopoli come ambasciatore inviato dai miei concittadini per occuparmi di affari di stato con l’Imperatore Manuele [Comneno], e mio figlio Ugolino, che avevo portato con me, morì durante il viaggio, portato via da una malattia, decisi che per la salvezza della sua anima avrei tradotto dal greco al latino il commento al Vangelo di Giovanni meravigliosamente scritto dal benedetto Patriarca di Costantinopoli San Giovanni Crisostomo. Prima di tutto perché avevo già tradotto il commento dello stesso Santo Padre, Giovanni Crisostomo, sul Vangelo di Matteo Evangelista dedicandolo al Papa Eugenio ΙΙΙ prima della sua morte, e anche perché i latini avevano un grande bisogno di questo commento al Vangelo di Giovanni. Inoltre scoprii che nessuno, a parte S. Agostino, aveva scritto un commento completo ad esso. Non avendo potuto farlo qui [a Costantinopoli] a causa della pressione degli incarichi ricevuti dalla comunità … e non riuscendo a trovare da nessuna parte una copia del libro da comprare e riportare a Pisa con me, … presi in prestito due copie da due monasteri e le feci copiare da due amanuensi, uno dei quali cominciò il lavoro dall’inizio, e l’altro dalla metà, cosicché in breve tempo ebbi il lavoro pronto e potei fedelmente rivederlo lavorando giorno e notte nel mio tempo libero … Quando furono conclusi gli affari della mia città, ricevetti dall’Imperatore il permesso di tornare a casa, arrivai a Messina, dove rimasi per un certo tempo, e iniziai a tradurre il libro, scrivendolo di mia mano, e continuai a tradurlo durante tutto il viaggio, a Napoli e a Gaeta, e dovunque mi fermassi e potessi recuperare un po’ di tempo libero. E alla fine con l’aiuto di Dio riuscii a tradurre tutto il libro dal greco al latino parola per parola nel corso di due anni interi». Burgundio da Pisa

1179 Burgundio si reca a Roma per il Concilio Lateranense III indetto dal papa Alessandro III. Presenta alla Curia la traduzione latina delle Omelie sul Vangelo di Giovanni di Giovanni Crisostomo.

1193 Burgundio muore a Pisa e viene sepolto nella chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, dove la sua fama è celebrata così:

«Chi, quale e quanto grande fu quell’uomo eccellente chiuso in quest’urna di marmo, è svelato qui sotto. Egli fu Burgundio, che morì molto vecchio nella sua città. A stento ci fu, c’è o ci sarà un uomo come lui. Tutto ciò che è nato sulla terra, sotto il sole, tutto ciò che può essere conosciuto, egli lo conobbe perfettamente. Eccellente traduttore di opere greche, ristorato alla fonte, tradusse molte opere nella lingua di Roma. Crisostomo fu il primo commentatore e lui il secondo; esegeta illustre, scrisse e divenne famoso, e perciò l’Epistola di Paolo, nostro maestro, è largamente conosciuta. L’ozio, per lui, era la scrittura, la dedizione e la fatica. Non provò mai invidia e condusse une vita senza colpa, privo di vizi, fuggendo ogni azione dannosa. Gloria, lode e onore a lui, nobile prole dei suoi genitori, fu sulla terra ciò che il sole è nel cielo. Quando, degno della ricompensa delle sue fatiche, giunse alla cena, disse: “Addio, o terra ospitale per le cose terrene!” * (* Epitaphium Senecae, Anthologia latina, 667 Riese, v. 4), perché non avvenisse che, creditore degno di onore, si ritrovasse debitore: rese infatti la sua anima al cielo e le sue ossa alla terra. O tu che leggi questa lapide, se brami di essere lodato come lui, segui il suo esempio e percorri l’alto mare. Insegnante di coloro che insegnano, Burgundio giace in quest’urna, gemma preziosa ed eterna dei maestri. Modello degli scrittori, a lui furono note la letteratura greca, la letteratura latina, l’arte medica, triplice sapienza. Ed ora, Pisa, piangi, e tu rattristati, o Toscana tutta: non ci fu nessuno sotto il sole che abbia conosciuto tutte le cose come lui. Rallegratevi che, condotto di nuovo dalle schiere angeliche al di sopra dell’aria, sia stato ora accolto anche dal resto del cielo. — L’ anno del Signore 1194, il dì 29 ottobre [30 ottobre 1193]. Indizione dodicesima».

(La lapide è trascritta in Classen, Burgundio von Pisa: Richter, Gesandter, Übersetzer, Heidelberg 1974, p. 8. La traduzione italiana di F. Buonamici, Burgundio pisano, Pisa 1907, pp. 41-2, è stata rivista da Concetta Luna in Burgundio da Pisa: viaggiare e tradurre nel Medioevo, p. 10).

cosa leggere:

Burgundio da Pisa: viaggiare e tradurre nel Medioevo, ETS, Pisa 2022.

Lapide commemorativa di Burgundio, Chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno, Pisa. Foto: Alberto Martini, CFS Università di Pisa
Lapide commemorativa di Burgundio, Chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, Pisa. Foto: Alberto Martini, CFS Università di Pisa
Tomba di Burgundio, Chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, Pisa. Foto: Alberto Martini, CFS Università di Pisa

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Burgundio: le traduzioni

opere filosofiche

Aristotele
Analytica posteriora
De generatione et corruptione
Ethica Nicomachea

Nemesio di Emesa
De natura hominis

opere giuridiche

Passi greci del Digesto (Versio latina locorum graece scriptorum in Digestis)

opere teologiche

Basilio di Cesarea
Homiliae in hexaemeron
In Isaiam

Giovanni Crisostomo
Homiliae in Iohannem
Homiliae in Matthaeum

Giovanni Damasceno
De fide orthodoxa

Vittore di Antiochia
Expositio super evangelio secundum Marcum

opere mediche e di storia naturale

Galeno
Ars medica De complexionibus (sive De temperamentis) (1151)
De crisibus De differentiis febrium De locis affectis (dopo il 1164–65)
De virtutibus naturalibus
De pulsibus ad tyrones
De pulsuum causis
De pulsuum differentiis
De sanitate tuenda (sive De regimine sanitatis) (1178-79)
De sectis ad eos qui introducuntur (1184-85)
Methodus medendi (sive De ingenio sanitatis sive Therapeutica)
In Hippocratis aphorismos commentaria (sive Commenta super librum Ypocratis Afforismorum)

pseudo-Galeno, Compendium pulsuum

Giovanni Filopono
Commentaria in librum de sectis Galeni

Anonimo
Liber de vindemiis

cosa leggere su Burgundio e la sua epoca

• P. Classen, Burgundio von Pisa: Richter, Gesandter, Übersetzer, Heidelberg 1974. • F. Buonamici, Burgundio pisano, Pisa 1907, A l c u n i s t u d i s p e c i f i c i • L. Callari, “Contributo allo studio della versione di Burgundio Pisano del De Orthodoxa Fide di Giovanni Damasceno”, Atti del Regio Istituto veneto di scienze lettere e arti 100 (1941), pp. 197-246. • M. Flecchia, “La traduzione di Burgundio Pisano delle Omelie di S. Giovanni Crisostomo Sopra Matteo”, Aevum 26 (1952), pp. 113-30. • M. Morani, “Il manoscritto chigiano di Nemesio”, Rendiconti dell’Istituto lombardo di scienze e lettere. Accademia di scienze e lettere, 105 (1971), pp. 621-35. • R.J. Durling, Galenus Latinus I. Burgundio of Pisa’s Translation of Galen’s Περὶ κράσεων – De Complexionibus, Berlin-New York 1976. • W. Berschin, Griechisch-lateinisches Mittelalter ; trad. aggiornata Greek Letters and the Latin Middle Ages (1988), cap. 11, § 6 “Pisa”. • N. Wilson, “A Mysterious Byzantine Scriptorium: Ioannikios and his Colleagues”, Scrittura e civiltà 7 (1983), pp. 161-76. • M. Rashed – G. Vuillemin-Diem, “Burgundio de Pise et ses manuscrits grecs d’Aristote”, Recherches de Théologie et Philosophie médiévales 64 (1997), pp. 136-98. • R. Saccenti, Un nuovo lessico morale medievale. Il contributo di Burgundio da Pisa, Roma 2016. • M.L. Ceccarelli Lemut – G. Garzella – M. Ciampa ed., Il restauro di San Paolo a Ripa d’Arno, Pisa 2023.

cosa leggere su Pisa all’epoca di Burgundio:

• O. Banti, Pisa tra XI e XII secolo, Pisa 2022. • K.R. Mathews – S. Orvietani Busch – S. Bruni ed., A Companion to Medieval Pisa, Leiden 2022.

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Pisa e la circolazione del sapere nel XIII secolo: Fibonacci

Fibonacci
Fibonacci

Nel Medioevo varie città del mondo arabo ebbero legami privilegiati con l’Occidente cristiano. Questi legami permisero la circolazione delle conoscenze e l’avanzamento del sapere: un sapere condiviso destinato a divenire, nei secoli, patrimonio della cultura mondiale. Mentre Burgundio viaggiava tra Pisa e Costantinopoli, Leonardo Pisano (m. dopo il 1241), più noto come Fibonacci, imparava il calcolo a “Bugia”. Si tratta della città portuale di Béjaïa, in Algeria: un importante centro allora sotto il dominio degli Almohadi. Il calcolo che Leonardo imparò era quello indo-arabico. Nato intorno al 1170, Leonardo si ritrova a Bugia in pueritia, seguendo suo padre, Guglielmo Bonacci, funzionario doganale del Comune di Pisa inviato presso il fondaco della città magrebina. Guglielmo vuole che il figlio studi il sistema di calcolo posizionale e la matematica commerciale. Leonardo impara l’algebra sui testi di al-Khwārizmī (vedere sopra, p. 6) e usa anche l’opera del matematico egiziano Abū Kāmil (m. 930). Si prepara cosí, come lui stesso racconta nel prologo del suo Liber abaci, a viaggiare per i porti delle rotte commerciali di Pisa, in Egitto, Siria, Grecia, Costantinopoli, Sicilia, Provenza, accumulando altre conoscenze e affinando quelle apprese a Bugia.

«Quando mio padre fu nominato dalla patria pubblico scrivano nella dogana di Bugia per tutelare gli interessi dei mercanti pisani che vi affluivano, mi fece andare da lui, durante la mia fanciullezza, valutando l’utilità e il vantaggio futuro, e volle che mi fermassi lì per qualche tempo, per essere istruito nello studio dell’abaco. Qui, introdotto nell’arte da uno straordinario insegnamento basato sulle nove figure degli Indiani, mi piacque sopra ogni altra cosa la conoscenza dell’arte e tanto compresi a suo riguardo che imparai con grande impegno e attraverso il contraddittorio delle dispute, qualunque cosa si studiasse di essa in Egitto, Siria, Grecia, Sicilia e Provenza con i loro diversi modi, luoghi di commercio in cui successivamente io mi recai spesso per affari. Ma io considerai addirittura tutto questo sapere e anche l’algoritmo e gli archi di Pitagora quasi un errore rispetto al metodo degli Indiani. Quindi abbracciando in modo più stretto il metodo stesso degli Indiani e studiandolo più attentamente, aggiungendo in esso alcuni concetti in senso più specifico e inserendo anche alcune delle sottigliezze della geometria di Euclide, mi sono sforzato di comporre la totalità di questo libro, distinta in quindici capitoli, nel modo più comprensibile possibile dimostrando quasi tutto ciò che ho inserito con prove certe, affinché possano essere istruiti in questa scienza, con un metodo perfetto al di sopra di tutti gli altri, coloro che lo desiderano, e la gente latina d’altra parte, come accaduto finora, non vi si trovi del tutto esclusa. (…) Le nove figure degli Indiani sono queste: 9 8 7 6 5 4 3 2 1 Pertanto con queste nove figure, e con questo segno 0, che gli Arabi chiamano zefiro, si scrive qualunque numero, come è mostrato più sotto». | Leonardo Pisano

Fibonacci non è un traduttore, ma un grande matematico. È anche colui che ha diffuso la matematica degli arabi nel mondo di lingua latina: nel 1202 pubblica il Liber abaci, che presenta all’Occidente latino l’indirizzo aritmetico-algebrico della matematica araba dei secoli IX e X. Federico II di Svevia, che nel 1226 soggiorna a Pisa, lo invita a corte, dove Leonardo tiene una dimostrazione pubblica del suo talento. Presentata dallo stesso Fibonacci come un complemento del Liber abaci, la Practica geometriae, scritta nel 1221 (o 1222), è una trattazione fondata sugli Elementi di Euclide, sull’Almagesto di Tolomeo, sugli Sphaerica di Menelao, su La Sfera e il Cilindro di Archimede. Come il Liber abaci, contiene elaborazioni teoriche e soluzioni di problemi; tratta di agrimensura, calcolo di misure e distanze di oggetti invisibili etc. Nel Liber quadratorum e nel Flos, Fibonacci mostra le sue doti di divulgatore insieme a quelle di matematico. Il primo tratta questioni di analisi indeterminata già affrontate nell’Arithmetica da Diofanto (III-IV sec. d.C.), che fu tradotta in arabo a Bagdad nel X sec.; il Flos è una miscellanea di lavori di Leonardo dedicata al cardinale Ranieri.

La fama della “serie di Fibonacci” è universale. Si tratta di una serie di numeri interi positivi 1,1,2,3,5,8,13…, nella quale ciascun numero dal terzo in poi è uguale alla somma dei due che lo precedono. Essa compare nel Liber abaci nella soluzione di un problema matematico già presente in fonti indiane e in al-Khwārizmī (cioè, come calcolare la crescita di una popolazione di conigli). I matematici moderni individuano una relazione tra la serie di Fibonacci e la sezione aurea.

Se la circolazione delle opere matematiche e astronomiche prepara la scienza moderna, quella delle opere filosofiche genera nel corso dei secoli una trasformazione delle idee sul cosmo e sull’uomo. Si tratta di una trasformazione, non di una rottura: il cosmo antico diventa medievale.

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Il cosmo antico diventa medievale

L’intero cosmo, dice Aristotele, dipende da un unico principio primo che muove rimanendo immobile. Esso muove per attrazione, come un oggetto d’amore (Metafisica) ed è principio incorporeo del movimento infinito del cielo (Fisica). Il cosmo medievale è simile, ma non lo stesso:

«La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire» . |Dante, Paradiso I, 1-9

Come nella cosmologia filosofica dell’antichità classica, nel cosmo medievale richiamato dai versi iniziali del Paradiso dantesco tutto è in movimento a causa di un unico principio primo trascendente. All’ispirazione aristotelica si aggiungono l’idea di una gerarchia delle parti del cosmo, quella dell’effusione del potere divino più o meno intensa a seconda del rango in questa gerarchia, e il tema della visione di Dio da parte di un intelletto creato, quello dell’uomo. Questa trasformazione si coglie anche attraverso le arti visive.

The Ancient Cosmos becomes Medieval
The Ancient Cosmos becomes Medieval
Una cosmografia pisana

Tra il 1389 e il 1391 Piero di Puccio rappresenta così il cosmo nel Camposanto di Pisa. Nell’affresco (qui a destra), Dio sorregge il cosmo dall’esterno, reggendolo fra le mani. Come nella cattedrale di Chartres, il Creatore è un giovane: il Figlio, il Logos dell’inizio del Vangelo di Giovanni. Una struttura sferica ha per centro la Terra, suddivisa nelle tre parti allora conosciute – Europa, Asia, Africa – e circondata da acqua, aria e fuoco. Sette sfere planetarie (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno) circondano gli elementi in cui è avvolta la terra e sono a loro volta circondate dall’ottava sfera, quella dello Zodiaco; la sfera più esterna le avvolge tutte. Questa struttura cosmica ha molto in comune con quella di Aristotele, ma dipende ancora di più dalle Ipotesi planetarie di Tolomeo. Al di là della sfera più esterna, i nove ordini di sostanze immateriali ispirati alla gerarchia celeste di Dionigi lo pseudo-Areopagita collegano l’universo visibile al potere causale di Dio. Due personaggi spiegano la scena: Agostino (a sinistra), che regge un cartiglio con un passo della Città di Dio sulla creazione delle sostanze spirituali, e Tommaso d’Aquino (a destra), che regge un cartiglio con un passo della Summa Theologiae sull’ordine e l’unità del cosmo. Una didascalia alla base dell’affresco cita la Bibbia, Dionigi lo pseudo-Areopagita, Aristotele e Paolo per trasmettere l’idea che l’intelletto umano può dedurre dall’ordine del cosmo la natura della Causa Prima, per raggiungere, infine, nell’aldilà uno status cognitivo simile a quello delle sostanze spirituali.

Sia la continuità che le differenze fra il cosmo antico e quello medievale sono in gran parte effetto di traduzioni: dal greco al latino, dal greco all’arabo, dall’arabo al latino.

Comunicati stampa

L’Espresso online di Angiola Codacci-Pisanelli – 06–12–2024 – leggi online

Crediti

A cura di Centro interuniversitario GrAL:
Università di Pisa e Padova, École Pratique des Hautes Études Paris
(testi di Cristina D’ Ancona)
Traduzione dell’ epigrafe di Burgundio Concetta Luna, Scuola Normale Superiore
Visita guidata con Valerio Ascani, Università di Pisa
Fotografie della tomba di Burgundio Alberto Martini, CFS – Università di Pisa
Allestimenti e montaggio ACME 04